20/05/2012
Discorso di Scipione prima della battaglia del Ticino
Vos ego, milites, non eo solum animo, quo contra alios hostes soletis, velim cum Carthaginiensibus pugnare, sed cum indignatione quadam atque irá, velut si servos videatis vestros arma ferentes contra domus vestras. Licuit ad Erycem clausos eos fame interficere, licuit victricem classem in Africam traicére atque intra paucos dies sine ullo certamine Carthaginem devlére: veniam dedimus precantibus, eos emisimus (li abbiamo lasciati uscire) Eryce ex obsidione, pacem cum victis in Africa fecimus. Pro his beneficiis, furiosum iuvenem sequentes, ad oppugnandam patriam nostram veniunt. Atque utinam pro decore et dignitate tantum, non pro patriae salute certaremus! Non de possessione Siciliae ac Sardiniae, de quibus quondam cum illis decertavimus, sed pro Italia ipsa, pro coniugibus liberis, nunc vobis est pugnandum. Nec nobis est alius a tergo exercitus qui, si nos victi erimus, hosti victori obsistat nec Alpes aliae sunt, quas dum superant comparari nova possint praesidia. Hic est obstandum, milites, velut si ante Romana moenia pugnemus, Unusquisque se non corpus suum, sed coniugem ac liberos parvos armis protegere putet; nec domesticas solum agitet curas, sed identidem hoc animo reputet, nostras nunc intueri manus Senatum populumque Romanum; qualis nostras vis virtusque fuerit, talem deinde fortunam illius urbis ac Romani imperii fore.
lo vorrei o soldati che voi combatteste non soltanto con l’animo con il quale siete soliti combattere contro gli altri nemici, vorrei che voi combatteste con i Cartaginesi, ma con una certa indignazione e ira, come se voi vedeste i vostri servi che sferrano le armi contro le vostre case. Sarebbe stato possibile uccidere per fame i nemici assediati ad Erice, sarebbe stato possibile far sbarcare l’esercito vincitore in Africa e, distruggere Cartagine in pochi giorni senza alcun combattimento. Abbiamo concesso il perdono agli imploranti, li abbiamo lasciati uscire dall’assedio di Erice, abbiamo fatto pace con i vinti in Africa. Per questi benefici, seguendo un giovane impazzito vengono ad assediare la nostra patria. E volesse il cielo che noi combattessimo soltanto per il disonore e la dignità e non per la salvezza della patria. Non per il possesso della Sicilia e della Sardegna per cui un tempo combattemmo con loro, ma per l’Italia stessa, per le mogli e i figli, per voi, ora, si deve combattere. Non c’è alle spalle un altro esercito che, se noi saremo stati vinti, resista all’esercito vincitore, non ci sono altre Alpi, durante il cui superamento si possano preparare altre difese. Qui si deve resistere, o soldati, come se noi combattessimo davanti alle mura di Roma. Ciascuno pensi non di proteggere, con le armi, il suo corpo, ma la moglie, i figlioletti, e non si preoccupi soltanto delle cure familiari, ma pensi anche che sulle nostre armi volgono lo sguardo il Senato e il popolo romano e che quali saranno qui il valore e la nostra forza tale sarà il destino della città e della potenza di Roma”
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Un abbigliamento disdicevole
Il retore Castricio muove un rimprovero severo sull’abbigliamento di alcuni senatori romani.
T. Castricius, rhetoricae disciplinae doctor qui habuit Romae locum principem declamandi ac docendi, summa vir auctoritate gravitateque et a divo Hadriano in mores atque litteras spectatus, cum me forte praesente, usus enim sum eo magistro, discipulos quosdam suos senatores vidisset die feriato tunicis et lacernis indutos et gallicis calciatos, «Equidem», inquit, «maluissem vos togatos esse; si pigitum est, cinctos saltem esse et paenulatos. Sed si hic vester huiusmodi vestitus de multo iam usu ignoscibilis est, soleatos tamen vos, populi Romani senatores, per urbis vias ingredi nequaquam decorum est, non hercle vobis minus, quam illi tum fuit, cui hoc M. Tullius pro turpi crimine obiectavit». Haec me audiente Castricius et quaedam alia ad eam rem conducentia Romane et severe dixit. Plerique autem ex his, qui audierant, requirebant, cur soleatos enim ferme id genus, cuius plantarum calces tantum infimae teguntur; cetera prope nuda et teretibus habenis vincta sunt, soleas dixérunt, nonnumquam voce Graecá crepidulas, Gallicas autem verbum esse opinor novum non diu ante aetatem M. Ciceronis dixisset, qui gallicas, non soleas, haberent. Sed Castricius profecto scite atque incorrupte locutus est: omnia usurpari coeptum.
T. Castricio, dottore della disciplina retorica, che ebbe a Roma una posizione di primo piano nella retorica e nell’insegnamento, uomo di somma autorità e gravita, e ammirato da Adriano per i costumi e le lettere, poiché aveva visto, essendo io presente per caso, lo ebbi infatti come maestro, i suoi senatori in un giorno di festa rivestiti di tuniche e mantelli e con calzari gallici disse: ”Pertanto avrei preferito che voi foste rivestiti della toga; se pertanto vi è dispiaciuto essere armati e ricoperti da mantelli. Ma se questo vostro abbigliamento è perdonabile per la ormai lunga consuetudine, per voi senatori tuttavia, senatori del popolo romano, non è decoroso entrare per le vie della città con i sandali, per ercole, non meno per voi di quanto lo fu per colui al quale M. Tullio imputò ciò a turpe crimine". Queste cose disse Castricio alla mia presenza, con dignità romana e con severità, ed altre che si riferivano allo stesso argomento. l più pertanto fra coloro che avevano udito chiedevano: “Perché calzati da sandali?" infatti chiamaro soleatos non questo tipo di calzature, dal quale solo le piante dei piedi sono ricoperte, le altre parti del piede sono quasi nude legate da stringhe, talvolta con voce greca ”crepidulas", io penso che la parola nuova sia gallica, avendola pronunciata non molto prima dell’età di Cicerone, poiché avevano le galliche, non i sandali. Ma Castricio certamente parlò con consapevolezza e in modo giusto: si cominciò a stravolgere tutto.
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L’intesa bambino-animale è il più gradito dei divertimenti
Fugit puer cum ceteris. Delphinus — quasi invitet, revocet — exsilit, mergitur variosque orbes implicat expeditque. Hoc altero die, hoc tertio, hoc pluribus, donec homines innutritos mari subiret timendi pudor. Accedunt et adluunt et appellant, tangunt etiam pertactant praebentem. Crescit audacia experimento. Maxime puer qui primus expertus est adnatat nanti, insilit tergo, fertur referturque, agnosci se et amari putat, amat ipse; neuter timet, neuter timetur; huius fiducia mansuetudo illius augetur. Nec non alii pueri dextra laevaque simul eunt hortantes monentesque. Ibat una (id quoque mirum) delphinus alius, tantum spectator et comes; nihil enim simile aut faciebat aut patiebatur, sed alterum illum ducebat reducebatque, ut puerum ceteri pueri. Incredibile, tam verum tamen quam priora, delphinum gestatorem collusoremque siccatum, ubi incaluisset, in mare revolvi.
Il bambino fugge con gli altri. Il delfino — come se lo invitasse e lo richiamasse — salta, si immerge e fa vari giri e riaffiora. Fa questo il giorno seguente, il terzo, per parecchi giorni finché la vergogna di aver paura di andare sott’acqua attira uomini inesperti del mare. Si avvicinano e si bagnano, e chiamano, toccano e accarezzano il delfino che si offre. Con l’esperienza cresce l’audacia. Soprattutto il bambino che per primo fece esperimento nuota verso il delfino che nuota, salta sul dorso, è portato e riportato pensa di essere riconosciuto e amato, ama egli stesso, né l’uno né l’altro teme, la fiducia di questi, la mansuetudine di quegli aumenta. Anche altri bambini a destra e a sinistra procedono insieme esortando e ammonendo. Procedeva insieme un altro delfino (ciò è strano) soltanto spettatore e compagno, nulla di simile faceva o permetteva, ma conduceva l’altro e lo riconduceva, come gli altri bambini il bambino. Cosa incredibile, ma ugualmente vera come le altre, io rigettai in mare il delfino portatore e giocherellone seccato, quando venne caldo.
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